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lunedì 5 novembre 2012

Les Poétes Maudits

Intervista al poeta Pierino Pasquotti



Pierino Pasquotti
Piergiorgio Pasquotti
 Pierino Pasquotti è un poeta nato il 1943, ha un sito (www.poesieinmusica.org) e un canale su Youtube molto ricco, dove recita le sue poesie e quelle di qualcun altro,
sempre ed instancabilmente accompagnato dalla musica del suo amato Mozart; la sua voce è dolce e antica e non solo io tendo a considerarla un cimelio che non può non rimanere impresso, anche perché è con essa che musica opere che non potremo mai dimenticare.

Questa intervista è stata fatta alcuni mesi fa ed era stata esposta con un video (audio e immagini) su Youtube, che però è stato perso.
Ne rimane un frammento che inconsapevolmente il poeta Michele Delpiano estrasse precedentemente dal video:

 


 INTERVISTA INTEGRALE, ESTRATTA DAL VIDEO


 1) “Pierino” è il Suo vero nome? Se la risposta è “no”: perché ha scelto questo simpatico soprannome?
Ci narri la storia della “sua” nascita!

Il mio vero nome anagrafico è “Piero Giorgio”, “Pierino” è un diminuitivo di “Piero”.
Ho cominciato a essere chiamato in questa maniera sin da bambino, perché rispetto ai compagni della mia età, ero molto piccolo di statura; e mio nonno diceva che andava bene così, perché poi da grande mi avrebbero chiamato “Piero”. Il fatto è che di altezza non sono mai cresciuto molto, anche adesso sono appena 1,60; e perciò sono rimasto “Pierino”.


2) Quando, Pierino, si è avvicinato alla poesia? Perché?

La poesia mi ha sempre affascinato, sin da piccolo, l’ho sempre letta e amata; chiaramente quella dei grandi poeti, come Leopardi, Foscolo, Petrarca e altri... rispetto a loro però, non mi sono mai permesso, o azzardato, a comporre qualcosa in una maniera che potesse essere chiamata “versi”; però, a un certo momento... sennonché una sera, ascoltando un amico, come mi parlava delle rondini, e come mi diceva che l’unico uccello che lui non si stancava mai di guardare, che riusciva a guardarle anche per ore intere, era le rondini; e dicendomi questo, me le mostrava dalla sua finestra, come volteggiavano, ed era tutto pieno di entusiasmo, e mi diceva
“Io proprio non so perché mi piacciono così tanto le rondini, tutti gli altri uccelli, dopo un po’ mi stancano: gabbiani, merli, passerotti, ma le rondini non mi stancherei mai di guardarle. Io lo ascoltavo con attenzione, e anche molto... commosso, e con piacere, perché per me la rondine era sempre stato l’uccello più amato, quello che mi aveva consolato, in ogni disavventura, in ogni momento triste, quello che quando mi isolavo... guardavo sempre; e allora io mi sentivo in debito nei confronti delle rondini, e avrei voluto dire a quel mio amico il motivo per cui le rondini non lo stancavano mai. E così, all’improvviso, ho deciso di scrivere un’ode alla rondine, in riconoscenza a questo uccellino meraviglioso.
E quella è stata la mia prima poesia, ho fatto una gran fatica a scriverla, ci ho messo un paio di giorni, sono... 15/20 versi, non so nemmeno, non mi ricordo, però c’è lì sul mio sito. e cosi l’ho scritta. Da lì ci ho preso gusto. Chiaramente non l’ho giudicata chissà che capolavoro, però ci avevo preso gusto.
E allora poi, man mano che mi veniva qualche soggetto mi cimentavo e le scrivevo.
Prima avevo sempre e solamente scritto in prosa, poi mi son messo a scrivere poesie.
Ogni tanto interrompo, rimango anche qualche mese senza scriverle; ma basta che assista a qualche scena particolare, particolarmente commovente, o anche ripugnante, e allora... butto giù un verso.


3) Secondo Lei da dove nasce la poesia?

Secondo me la poesia nasce, in chi è in grado o ha la fortuna di poterla scrivere, nasce dal bisogno, che sente, di condensare e di fermare, e in qualche modo, cristallizzare
la bellezza che vede dinanzi a sé; una bellezza che se lui non descrivesse, non ci provasse a descrivere in versi passerebbe inosservata, non sarebbe mai notata, sarebbe dimenticata prima ancora di essere conosciuta, come, per esempio, se vedo un uccellino volare o cinguettare in una maniera graziosa, particolare, in un momento d’animo mio particolare, devo dire qualcosa, sento il bisogno proprio di scriverlo, e lo scrivo prima di tutto per me, perché deve soddisfare me: è mio quel bisogno che sento ed è quello che devo soddisfare, e poi perché altri pure leggano e vedano, se sono capace di fargliela vedere per il modo in cui ho scritto e vedono la scena, la cosa che mi ha commosso, che mi e piaciuta, o la cosa che mi ha adirato, o fatto repulsione, o le ingiustizie che io descrivo, delle quali parlo spesso, perché le ingiustizie sono un'offesa oltre che all’essere umano, un’offesa alla Bellezza, alla Bellezza Innocente della Natura


4) Ci dica perché predilige la letteratura russa!

Perché è stato come l’incontro con un amico nel momento giusto e nel posto giusto.
Il momento è stato quando ero in pieno sviluppo, a 16 anni, ed ero in collegio ad ascoltare discorsi normalissimi di gente che aveva la pretesa di educarmi; quando a un dato momento ho trovato un libro di Tolstoj – Cosacchi – e mi sono appartato nel fienile del collegio (ho fatto quindici anni di collegio, non uscivo mai di collegio, a ventiquattro anni ero ancora in collegio, non riuscivo a inserirmi in questa specie di società, e non mi sono mai inserito e ne sono contento), e allora mi sono messo a leggere Tolstoj, mi sono chiuso su nel fienile, e mi ha proprio sbalordito, letteralmente “sbalordito”... mi sono reso conto che avevo trovato finalmente qualcuno che la pensava esattamente come me, io non ero in grado di dire ciò che pensavo nella sua maniera; ma che soprattutto amava la Natura come la amavo io.
Poi, la Natura che lui descriveva era la stessa Natura che avevo di fronte io, nella quale vivevo io nel Friuli... le stesse estensioni dei campi, lo stesso tipo di alberi, gli stessi fossi ghiacciati, – i fiumi ghiacciati non ce li avevamo ma quasi la stessa temperatura rigida – e poi la peculiarità che lui aveva nel descrivere le stuazioni dell’animo: non diceva una parola, così, a caso, generica, ma andava nel minimo dettaglio, in quei dettagli che io vedevo nessuno dei miei compagni, dei miei assistenti, educatori eccetera, vedeva nemmeno, e da lì mi sono innamorato di Tolstoj, poi allora ho letto altri libri – leggevo anche qualcosa d’altro, francese, e mi piacque molto Maupassant – però, come gli scrittori russi non ne ho mai più trovati; non ne ho più trovati, me li sono letti tutti quelli dell’ottocento; poi... non molto più avanti ho scoperto i poeti russi dei quali ho una grande predilezione... e così per me la letteratura russa è una compagna, non è un passatempo... io senza un libro di Tolstoj non... c’è Goethe che dice che in pratica una persona per mantenersi, sentirsi bene, mantenersi elevata, dovrebbe leggere almeno una volta alla settimana – mi pare – una bella poesia o guardare un bel quadro... Bè, io, se sto sei ore senza leggere una grande pagina di uno scrittore russo… già, mi sento abbrutito, mi sento inutile... e così, vivo con la letteratura russa, e nel mio canale ne ho recitate diverse, ma... non bene, così come ho potuto.


 5) Cosa pensa del mondo contemporaneo (artisti inclusi, famosi e non)?

Dire cosa penso del mondo contemporaneo e un po’ una cosa complessa, comunque, il mondo contemporaneo è molto peggiore di quello passato, ma il mondo nella sua totalità, non l’uomo, perché l’uomo contemporaneo è uguale all’uomo di cinquant’anni fa, di un secolo, di mille anni fa, è lo stesso, ha lo stesso grado di bontà e lo stesso grado di cattiveria, le stesse doti e gli stessi difetti; solamente che nel mondo contemporaneo con l’avvento della scienza – della nociva scienza, come diceva Rousseau – e della tecnologia l’uomo singolo riesce a fare molto più del male di quello che faceva l’uomo qualche secolo e qualche millennio fa.
Questa tecnologia e questa scienza hanno spersonalizzato l’uomo, lo hanno reso quasi identico, sono quelli tutti uguali, un po’ noioso, e l’unica differenza è questa;
comunque il mondo è alquanto triste... “artisti inclusi; famosi e non”... di veri artisti affermati e riconosciuti non ne vedo molti; ci sono artisti sconosciuti, dimenticati, ignorati, ci sono artisti che non hanno neanche potuto iniziare a produrre qualcosa della loro arte, ma artisti famosi credo pochi, pochissimi, se... o i grandi dell’800, o se vogliamo... in questo secolo, il secolo scorso... Charlot, qualche grande pittore, qualche grande pensatore...


6) Cosa si sente di consigliare al pubblico che vedrà l’intervista?

Non mi sentirei di consigliare niente, soltanto di guardare dentro sé stessi, e cercare di scoprire, di vedere, il tesoro, il tesoro nascosto che hanno nel loro intimo, in quell’intimo che la superficialità della scienza e della tecnologia ha quasi nascosto
e reso completamente inutile... e poi se lo scoprono: di farlo vivere, di utilizzarlo per il loro bene, ma soprattutto per il bene degli altri, di tutti quanti insomma.


7) Gentile Pierino, perché, economicamente, non si vive di poesia?
Lei pensa che davvero i soldi corrompano l’uomo, e che affinché l’artista crei debba rimanere povero?
O è semplicemente un comportamento usato nei confronti di coloro che non possono vivere della propria arte, dovuto all’idea (oramai risaputa) che la “societa” si è fatta, che gli artisti siano una classe di privilegiati?

Di poesia e pressoché impossibile vivere economicamente perché commercialmente parlando per chi stampa poesia non ci sono dei ritorni, non ci sono degli utili; è troppo poco il pubblico che acquista libri di poesia, anche dei grandi poeti, Neruda ha potuto vivere solamente perché era un console, ma tutti gli altri poeti se non avevano qualche aiuto, più o meno avevano una professione, erano degli insegnanti, ma libri di poesia, con i libri di poesia non è mai vissuto nessuno, c’è troppo poco interesse da parte di chi dovrebbe comperare i libri di poesia; ci sono invece specialmente in Italia moltissimi poeti, si dice che siamo circa sei o sette milioni di persone che scrivono poesie, ma queste persone che scrivono poesie non comprano i libri degli altri, vorrebbero che tutti comperassero solamente i loro. Ok... “Lei pensa che i soldi corrompano l’uomo?”... bè, i soldi corrompono l’uomo che è già di per sé corrotto, o che ha anche dei bisogni, essendo debole, questi bisogni se poi sono bisogni veramente vitali purtroppo si corrompe. “L’artista deve rimanere povero?” non è che deve rimanere povero, però, almeno personalmente ho visto che si compone molto di più, – perché è un modo di sfogarsi – quando si sta male, si soffre, quando si è patito un grave dolore... rimanere povero non credo tanto perché la poverta implica... implica dei... non tanto dolori, dei fastidi, dei fastidi continui: il freddo, la fame, e patendo queste disgrazie qui non si riesce a scrivere, a comporre bene, soprattutto lavori lunghi...
La società secondo me non si è fatta nessuna convinzione che quella degli artisti  sia una classe privilegiata, per la società intesa generalmente gli artisti sono semplicemente dei “diversi”, dei “diversi” che vengono, per simpatia o per interesse, ma soprattutto per interesse adottati da questa societa, che di arte non capisce niente e che soprattutto non ha alcun bisogno di arte.


8) Lei guarda la televisione? Se “sì”: cosa guarda? Altrimenti: perché non guarda la televisione?

A casa mia la televisione sono anni che non ce l’ho, la guardo rarissimamente a casa della mia compagna, ma quando sono lì, per non sentirla mi metto i tappi di cera nelle orecchie; la ritengo un’intrusa. Quando entro in quella casa e prima ancora della faccia della mia compagna vedo sul video i visi di qualche presentatore, di qualche ballerina, mi dico, o dico a lei... : – Ma chi li ha invitati? Cosa vogliono? Chi sono? –Non ho niente da condividere con loro, mi danno fastidio... qualche programma scientifico però lo seguo, ogni tanto, raramente.
Comunque, la televisione, in linea generale, la considero nociva... avevo anche scritto una poesia che non trovo più... contro la televisione... una serie di invettive, adesso non ce l’ho neanche piu.


9) Cos’è che più La spaventa, se qualcosa vi sia del nostro presente?

Il nostro presente, per così dire “nostro”, non mi spaventa, non mi spaventa più, più che altro mi annoia, ormai mi scoraggia.
Se c’è qualcosa di cui aver paura è la... quell’aumento della superficialità che avviene nella massa attraverso i media e l’informazione; e poi, c’e da spaventarsi dell’aumento continuo della popolazione, e l’ammassarsi a vivere in spazi ristretti nelle grandi città, di milioni di persone, in numero spaventoso.
Penso che, se facciamo fatica ad andare d’accordo con un solo dei nostri simili, come facciamo, come faremo, come faranno i giovani, poverini, ad andare d’accordo, a non entrare in lotta, quando poi a questa lotta saranno spinti da coloro che li hanno plagiati fin da bambini, come faranno a non andare in lotta tra di loro, come faranno ad evitare qualche catastrofe già preordinata da chi ci guadagnerà.


10) Ci dica quello che Lei pensa di/su Dio.

Dell’esistenza di Dio ho cominciato a dubitare sin da quando ho avuto l’uso della ragione, forse in prima elementare, o in seconda al massimo; poi, col passare degli anni sono divenuto decisamente ateo, soprattutto per l’osservazione di chi commercia la cosiddetta “fede”, le cosiddette varie fedi, di quelli che sfruttano le paure dell’individuo, le paure dell’infinito, dell’ignoto, della morte, non posso certamente affermare con certezza che Dio non esiste, però io non ci credo, se poi... non... non ci credo... è assurdita, più che questa domanda, piu che chiedermi cosa ne penso di Dio dovevi chiedermi cosa ne penso della religione e delle religioni, Alessio. Dio... non posso pensare... Dio è niente, e cosa posso pensare,  a niente, niente, non c’e, bisogna fare domande sull’immortalità, su qualcosa del genere... tutte cose che non esistono... io non vorrei neanche che esistessero, se esistevano o esistono… mi basta e mi cresce questa vita, e non voglio niente di più.

 
Intervista a cura di Alessio Romano